Il custode del manoscritto - fine I capitolo

scritto da Autore anonimo
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Testo: Il custode del manoscritto - fine I capitolo
di Autore anonimo

Pavia, quattro anni prima

La pioggia cadeva sulla città come una penitenza eterna, densa e fredda, sferzata da un vento che giungeva pungente dalle pianure del nord. Scorreva instancabile lungo i tetti di tegole scure e annerite dal tempo, si incanalava nei doccioni di pietra fusa a forma di mostri grotteschi e andava a gonfiare i canali fangosi ai margini delle strade acciottolate. Quell’acqua incessante risaliva dalle fessure della terra, trasformando persino le corti interne dei palazzi nobiliari, solitamente specchio di sfarzo e decoro, in pozze di fango lucido e insidioso, capaci di inghiottire gli zoccoli dei cavalli e i lembi dei mantelli più preziosi. Dalle alte torri di guardia che profilavano il cielo plumbeo di Pavia si levavano a intervalli regolari i segnali di corno delle sentinelle. Erano suoni cupi, distorti e confusi dalle raffiche di vento, che si disperdevano sopra i tetti come lamenti di spettri. Pavia non dormiva mai davvero. Non poteva permetterselo. Era la capitale del Regno d’Italia, un formicaio di pietra e mattoni in cui i giuramenti solenni valevano meno dell’oro vecchio e la fede in Dio, sbandierata sugli altari delle sue magnifiche basiliche, poteva rivelarsi un’arma ben più affilata e letale di una spada franca.

Bernardo conosceva bene quel mondo, ne respirava l'aria intrisa di fumo di torba e umidità ogni giorno. Allora non portava ancora la tonaca ruvida e senza colore di un amanuense, né aveva ancora imparato l’arte amara di abbassare lo sguardo come un servo di Dio umiliato dalla vita. Si chiamava Bernardo dei conti di Lomello. A quell'epoca, la sola pronuncia di quel nome era una chiave capace di aprire le porte dei saloni più esclusivi, di suscitare inchini deferenti da parte di mercanti e soldati e, talvolta, di far calare silenzi ostili e carichi di sospetto nei corridoi del palazzo reale. Era giovane, appena oltre i vent’anni, ma lo sguardo fermo e la precisione della mente lo avevano già reso un notaio stimato presso la cancelleria regia. Aveva mani sottili, dalle dita lunghe, costantemente macchiate e callose d’inchiostro nerastro sul lato del dito medio. Possedeva una memoria spietata, capace di registrare non solo le parole, ma anche i toni di voce, e soprattutto una rara capacità: comprendere ciò che gli uomini d’arme e di chiesa lasciavano deliberatamente fuori dai documenti ufficiali.

Fino ad allora Bernardo aveva redatto decreti sovrani, registrato minuziose concessioni di terre feudali tra le risaie e i boschi del contado, e trascritto lettere segrete destinate ai vescovi-conti e ai signori feudali rimasti fedeli a re Berengario. Ogni singola pergamena raschiata, ogni tratto di calamo gli aveva sussurrato una lezione profonda: che il vero potere non risiedeva nei sigilli di cera rossa o nelle altisonanti formule latine, ma nelle omissioni strategiche; che gli uomini più pii e devoti, capaci di piangere durante la messa, potevano ordinare un assassinio politico un istante dopo aver finito di recitare i salmi; e che il sangue di un contadino e quello di un principe avevano lo stesso identico odore ferroso e dolciastro quando colavano freddi sulle pietre delle strade.

Eppure, di tutte le follie che Bernardo aveva commesso camminando sul filo del rasoio della corte pavese, nessuna era stata più pericolosa, né più inevitabile, dell’amore.

Lucilla era la figlia minore del barone Rainerio di Monticelli, un uomo la cui ricchezza in terre coltivate era pari solo al fiele dei suoi rancori personali. Il barone era legato da stretti vincoli di sangue a una delle più influenti e oscure famiglie romane, una dinastia di prelati e senatori vicina alla corte papale, che guardava a Pavia con l'avidità di un lupo. Lucilla, tuttavia, sembrava estranea alle trame del padre. Aveva capelli neri come le ali di un corvo, lucidi anche nell'oscurità, occhi incredibilmente chiari che parevano trattenere la luce dell'alba, e un sorriso d'improvvisa dolcezza, capace di far dimenticare a Bernardo ogni elementare norma di prudenza. Si incontravano di notte, sfidando il coprifuoco e le ronde dei soldati, in una piccola cappella sconsacrata e dimenticata che sorgeva dietro i giardini del palazzo di suo padre. Lì dentro l’umidità della nebbia del Ticino aveva quasi del tutto cancellato i volti dei santi dagli affreschi, lasciando solo sagome sfocate sulle pareti scrostate, testimoni muti dei loro baci clandestini.

Nello spessore di quelle mura fredde, l'odore di muffa e terra bagnata spariva quando lei gli parlava.
«Questo posto è una prigione di pietra, Bernardo,» sussurrava Lucilla, appoggiando la fronte contro la sua spalla, mentre fuori la pioggia batteva contro le imposte sconnesse. «Mio padre vede ogni cosa come una pedina da muovere sulla sua scacchiera. Anche me. Io voglio solo essere libera. Esiste un posto dove il cielo non sia coperto dal fumo delle torri di Pavia?»


Bernardo le stringeva le mani, accarezzando la pelle liscia delle sue dita. «Lasceremo questa città, Lucilla. Possiamo farlo. Conosco le strade, ho agganci con i mercanti che risalgono il Po. Possiamo raggiungere Ravenna, o forse Verona, dove nessuno ci conosce. Vivremo sotto nomi diversi, compreremo una piccola casa con un vigneto. Sarò solo un uomo che ti ama, non il notaio del re.»
Erano sogni fragili, Bernardo lo sapeva bene nell'angolo più razionale della sua mente. Erano castelli di carta destinati a crollare al primo soffio di vento della realtà, ma Lucilla ascoltava quelle promesse con una tale intensità, con gli occhi spalancati e lucidi di speranza, da riuscire a renderli veri, solidi e tangibili per lo spazio di qualche ora. Quando gli stringeva le dita tra le proprie, il giovane notaio dimenticava del tutto le alleanze precarie della cancelleria, gli intrighi dei corridoi del potere e la costante e strisciante sensazione degli occhi delle spie che li sorvegliavano nell'ombra.

La notte in cui ogni cosa mutò per sempre, Bernardo era entrato nel palazzo dei Monticelli dall'ingresso secondario. Aveva il compito formale di consegnare una copia autenticata di un importante atto fondiario che il barone esigeva con urgenza. Aveva piovuto ininterrottamente per giorni e l'interno del palazzo ne era intriso: i corridoi angusti e alti odoravano di lana bagnata, di cera scadente che friggeva nei candelabri e del fumo denso che faticava a uscire dai camini mal progettati. Un servo dal volto truce e dalla livrea sgualcita lo aveva intercettato nell'atrio, informandolo con voce sbrigativa che il barone era occupato in affari urgenti e non poteva assolutamente riceverlo. Ma Bernardo, spinto dal desiderio e dalla consuetudine, conosceva la planimetria di quella casa abbastanza bene da non attendere ulteriori istruzioni.

Si mosse silenzioso lungo i corridoi laterali, evitando i pavimenti che sapeva scricchiolare, cercando con lo sguardo una stanza illuminata, un segno del passaggio di Lucilla. La trovò invece nell'ala più remota del palazzo, dietro una porta di quercia rimasta socchiusa della sala degli archivi. Una lama di luce giallastra tagliava l'oscurità del corridoio esterno.

Bernardo si accostò alla fessura, trattenendo il respiro. Dentro vi erano quattro persone disposte attorno a un pesante tavolo da lavoro. C'era il barone Rainerio di Monticelli, con le sopracciglia aggrottate e le mani nodose piantate sul legno. Accanto a lui stava un chierico romano dal volto pallido come la cera d'altare, le cui dita corte erano ornate d’anelli d'oro massiccio che riflettevano la luce della candela. Il terzo uomo era un capitano di ventura con una vistosa cicatrice biancastra che gli tagliava verticalmente il mento, la mano costantemente appoggiata sul pomello dell'elsa della spada. E, infine, c'era Lucilla.

Bernardo non poté vederla bene in volto; la sua figura era parzialmente coperta dall'ombra del chierico, mostrandogli solo il profilo immobile, rigido come una statua di marmo, proprio accanto al bordo del tavolo. Sul legno scuro era appoggiata una piccola ampolla di vetro soffiato, piena fino a metà di un liquido giallastro e denso, che intercettava i riflessi della fiamma.

Il silenzio della stanza venne spezzato dalla voce stridula del chierico. «I messi del re partiranno all’alba. Non sospettano nulla. Berranno alla stazione di posta lungo la strada per Piacenza, come fanno sempre. Il veleno agirà lentamente. Il medico di corte dirà che si è trattato di una febbre fulminante, e il popolo ignorante parlerà di un giusto castigo divino per i peccati della corona.»
«E Berengario?» domandò il capitano di ventura, la voce profonda e roca che grattava le pareti della stanza. «Come reagirà quando i suoi uomini migliori non arriveranno a destinazione?»
Rainerio sollevò lo sguardo e sorrise, un'espressione priva di qualsiasi traccia di allegria, che mostrava i denti ingialliti. «Berengario riceverà il messaggio, statne certo. Non avrà bisogno di parole scritte per capire. Capirà che il suo regno è fragile, che è circondato da uomini pronti a cambiare padrone alla prima offerta migliore. Sarà isolato, paranoico. Colpirà alla cieca e distruggerà le sue stesse alleanze.»

Bernardo sentì un freddo improvviso e viscido risalirgli lungo la schiena, un brivido che gli bloccò i muscoli del collo. Quello che si consumava a pochi passi da lui non era soltanto un vile assassinio di messaggeri. Era un segnale politico calcolato con precisione millimetrica, un atto eversivo capace di gettare il seme del sospetto e della discordia insanabile tra il re, la fazione dei nobili ribelli e gli emissari ecclesiastici romani. Se i messi fossero morti in quel modo, ogni fazione avrebbe inevitabilmente accusato l’altra di tradimento. Le città del regno avrebbero immediatamente innalzato le milizie cittadine per difendere i propri confini. I vescovi avrebbero abbandonato la corte per scegliere in fretta nuovi e più convenienti alleati. La penisola intera, già profondamente divisa da ambizioni dinastiche e antiche vendette di sangue, avrebbe potuto incendiarsi in una guerra civile totale.

Poi, nel silenzio della sala, Lucilla parlò. «E se qualcuno scopre il veleno?»


La sua voce era calma. Sorprendentemente calma. Non c'era traccia di paura, né di esitazione o rimorso nel suo tono. Era la voce di una donna che conosceva la trama e ne accettava il disegno.
Il chierico romano girò lentamente la testa verso di lei, fissandola con i suoi occhi infossati. «Nessuno lo scoprirà, ragazza. La mistura proviene dai laboratori di Roma. Non lascia traccia nei calici, né sui corpi dei defunti.»


«C’è sempre qualcuno che ascolta, nell'ombra di questo palazzo,» replicò lei, muovendo un passo verso l'ampolla. «La prudenza non è mai troppa quando si gioca la testa di un re.»

Sentendo quelle parole pronunciate dalla bocca della donna che amava, Bernardo trattenne il respiro, sentendo il cuore battergli contro le costole come un tamburo di guerra. Fece istintivamente un piccolo passo indietro, cercando di allontanarsi da quella porta che si era trasformata nell'orlo di un abisso.

Fu allora che la sfortuna decise il suo destino. Un grosso topo, spaventato dall'umidità, corse velocemente tra le casse di legno e i vecchi faldoni accatastati lungo il corridoio, urtando la caviglia del giovane. Bernardo sussultò, si spostò di colpo e una tavola di legno del pavimento, marcita per l'infiltrazione dell'acqua, scricchiolò vistosamente sotto il peso del suo piede. Il rumore risuonò nel silenzio come un colpo di frusta.

All'interno della stanza, il capitano di ventura si voltò di scatto, la mano che stringeva già l'impugnatura dell'arma. «Chi è là?» gridò, muovendosi verso l'uscita.

Bernardo non attese la risposta. Si voltò e fuggì.

I suoi ricordi di quei minuti successivi rimasero per sempre confusi, una sequenza di immagini frammentate e sfuocate dal terrore. Non ricordava con esattezza quanti corridoi avesse percorso o quante scale avesse sceso a rotta di collo. Ricordava l'impatto violento con l'aria fredda del cortile esterno, l’acqua della pioggia che gli schiaffeggiava il viso bagnato di sudore, e il rumore ritmico e pesante degli stivali chiodati dei soldati che lo inseguivano a poca distanza dietro di lui. Sotto il diluvio, Bernardo riuscì a infilarsi in una stalla laterale, un anfratto buio che puzzava di cavalli nervosi che battevano gli zoccoli, di letame e di paglia marcia accumulata negli angoli. Lì, rannicchiato dietro una balla di fieno, cercò di soffocare il proprio respiro ansimante con la manica della tunica.

Il tempo parve dilatarsi. Ricordava soprattutto Lucilla, che lo trovò in quel nascondiglio poco prima dell’alba, quando il cielo cominciava appena a tingersi di un grigio livido. Entrò nella stalla senza fare rumore. Aveva il mantello di lana pregiata completamente inzuppato d'acqua e il volto bianco, privo di qualsiasi espressione, simile a una maschera di cera.

Bernardo emerse dall'ombra, con le labbra che tremavano per il freddo e il terrore. Le afferrò le mani, scoprendole gelide. «Dobbiamo scappare ora, Lucilla. Hanno scoperto che qualcuno era alla porta. Vieni con me, la barca sul fiume ci porterà lontani da qui prima che sorga il sole.»
Lei rimase immobile, non rispose alle sue suppliche, né accennò a muoversi. Il suo sguardo era fisso sul pavimento della stalla.

Fu solo in quel preciso istante, mentre la debole luce dell'alba penetrava dalle fessure delle assi, che Bernardo notò un dettaglio che gli gelò il sangue: una macchia scura, densa e ancora fresca sul bordo ricamato della manica destra del mantello di lei. Era sangue. Non era il suo, perché lei non mostrava segni di ferite.


Bernardo arretrò di un passo, lasciando cadere le sue mani. «Lucilla… che cosa hai fatto? Di chi è quel sangue?»
Gli occhi chiari di lei si riempirono improvvisamente di lacrime che le rigarono le guance pallide, ma la sua bocca non tremò, rimanendo serrata in una linea dura. «Ho cercato di salvarci, Bernardo. Ho fatto quello che andava fatto per proteggere il nostro futuro.»

Prima che il notaio potesse chiederle altro, dalla strada principale oltre il muro della stalla arrivò un grido d'allarme teso, seguito immediatamente dal nitrito spaventato di un cavallo e dal rumore metallico di armature in movimento. Cacciavano qualcuno. Cacciavano lui.

Bernardo guardò la donna che stringeva il tessuto macchiato, vedendo per la prima volta l'abisso che li separava. «Non c’è più un “noi”, Lucilla,» sussurrò con una voce che sembrava non appartenergli più.
Lei non cercò di difendersi. Abbassò lentamente lo sguardo, fissando le proprie calzature infangate. In quell’esatto istante di silenzio, Bernardo capì l'intera, mostruosa verità. Lucilla lo aveva amato, forse; in quella cappella sconsacrata i suoi sentimenti erano stati reali. Ma aveva amato immensamente di più suo padre, l’onore e il nome della sua potente famiglia, il mondo di privilegi e di sangue a cui apparteneva da sempre. E quando la realtà l'aveva costretta a compiere una scelta definitiva tra il notaio e i segreti della sua stirpe, non aveva esitato. Aveva consegnato Bernardo ai sicari di suo padre con la stessa fredda indifferenza con cui si consegna una lettera compromettente alle fiamme di un camino.

Il giovane notaio corse verso il fiume, l'unica via di fuga rimasta, ma gli inseguitori erano troppo veloci. La prima lama lo raggiunse alle spalle, proprio nei pressi della sponda fangosa del Ticino. Un uomo barbuto gli tagliò la spalla con un fendente obliquo, lacerando la stoffa e la carne; un altro sicario lo raggiunse al fianco, squarciandolo con la punta di un pugnale. Bernardo cacciò un urlo soffocato e cadde pesantemente nell'acqua nera e gelida del fiume. La corrente forte e implacabile lo trascinò subito verso il centro del letto, spingendolo sotto le grandi arcate di pietra del ponte coperto, mentre sopra di lui, sulla riva, gli inseguitori gridavano tra la pioggia che il giovane conte di Lomello era finalmente morto e che la sua anima era scesa all'inferno.

Per ore che parvero un'eternità cosparsa di delirio, Bernardo rimase miracolosamente aggrappato a radici sporgenti e a pietre levigate dal fiume, semisommerso dall'acqua, divorato dal gelo dell'inverno imminente e dal dolore bruciante delle ferite che continuavano a perdere sangue.

All’alba, quando la pioggia finalmente si diradò lasciando il posto a una nebbia bassa, un vecchio pescatore locale lo trovò privo di sensi, incastrato tra i giunchi e i detriti di un'ansa secondaria del fiume. Quando Bernardo riaprì faticosamente gli occhi, si ritrovò disteso su un giaciglio di paglia pulita all'interno di una capanna povera e spoglia, situata ben fuori dalle mura della città. Il corpo gli doleva a ogni minimo respiro e le ferite erano state fasciate con stracci grossolani.

Accanto al letto, seduto su uno sgabello di legno grezzo, si trovava un uomo di mezza età avvolto in un pesante mantello di panno grigio privo di ornamenti, ma con un vistoso sigillo d'argento del Duca di Svevia che gli pendeva vistosamente sul collo.

Lo straniero lo fissò con occhi severi e privi di compassione. «Per Pavia tu sei morto, Bernardo dei conti di Lomello. I tuoi nemici hanno celebrato la tua fine. E devi restare tale se ci tieni alla vita.»
Bernardo cercò disperatamente di parlare, di chiedere di Lucilla, del veleno, del re, ma dalla sua gola ferita e bruciata dal freddo del fiume uscì solo un suono spezzato, un rantolo muto e privo di parole comprensibili. Le sue corde vocali erano danneggiate per sempre.

L’uomo in grigio non si scompose. Allungò il braccio e gli porse una lettera di pergamena spessa, sigillata con la cera verde della casata imperiale.


«Il monastero di San Gallo ti accoglierà tra le sue mura sulle montagne,» disse lo straniero con voce ferma e monocorde. «Non ci andrai come conte. Non ci andrai come notaio della cancelleria regia. Sarai accolto come un fratello laico senza voce, un amanuense che serve la parola di Dio nel silenzio più assoluto. Il duca ti offre la sua alta protezione dai sicari del barone, e tu in cambio gli offrirai il tuo eterno silenzio.»

Bernardo fissò il sigillo sulla pergamena con gli occhi lucidi di febbre. In quel momento comprese appieno il prezzo reale di quella salvezza. Il Duca di Svevia non lo stava soccorrendo per cristiana misericordia o per bontà d'animo. Il duca aveva un disperato bisogno di un testimone nascosto, di una verità politica sepolta abbastanza in profondità da non esplodere nell'immediato, ma abbastanza viva e documentata da poter essere dissotterrata e usata come un'arma di ricatto un giorno, quando i rapporti di forza con il Regno d'Italia fossero cambiati. Quella verità contenuta nella mente del notaio riguardava l'ampolla di veleno giallastro, le trame della curia di Roma, il tradimento del barone Rainerio e i piani di uomini immensamente più potenti e spietati di lui.

Fu così che Bernardo dei conti di Lomello morì definitivamente sulle rive fangose del Ticino. E un uomo ferito nel corpo, muto nello spirito e spezzato nei sentimenti intraprese il lungo viaggio attraverso le montagne alpine verso l'esilio di San Gallo, portando stretto al petto una lettera che sapeva non essere un favore o un atto di grazia.


Era solo una catena d'oro e ferro, destinata a durare quanto la sua stessa vita.

Ora

Il presente lo scosse dal torpore dei ricordi con la brutalità improvvisa del freddo invernale, un ago di ghiaccio che penetrò sotto la stoffa ruvida della sua tonaca da amanuense. Bernardo dei conti di Lomello riaprì gli occhi sul pavimento di pietra del corridoio, risucchiato bruscamente dal passato e scaraventato di nuovo tra le mura severe dell'abbazia. Raccolse da terra la lanterna di ferro battuto, sollevandola lentamente; il suo bagliore fioco e tremolante sembrava quasi timido, spaventato dinanzi all’oscurità densa e primordiale che avvolgeva gli angoli del monastero di San Gallo in quella notte di tempesta.

I suoi occhi, resi acuti da anni di silenziosa osservazione, si posarono subito sul cadavere di Tommaso, abbandonato a terra come un fuscello spezzato dalla furia del vento. La mano del confratello, già parzialmente irrigidita dal rigormortis e dal gelo che saliva dalle fondamenta, mostrava ancora una debole, disperata stretta. Le dita erano rattrappite, contratte in un riflesso incompiuto, come se l’ultimo gesto del monaco prima di spirare fosse stato un moto di assoluto stupore o di totale disperazione di fronte al proprio carnefice. Poco distante dal corpo, sul pavimento di pietra grigia, una piccola macchia tradiva la dinamica e la rapidità della scena: una traccia di cera bagnata, colata e solidificata rapidamente sulla pietra fredda. Bernardo si chinò, avvicinando la lanterna per esaminarla con attenzione. Non era la solita cera giallastra, impura, grezza e dal fetore acre e grasso che i monaci di San Gallo usavano quotidianamente per le loro lampade di sego economico. Questa sostanza era profondamente diversa: appariva candida, quasi eterea alla luce della fiamma, e sprigionava ancora un delicato, persistente profumo di fiori selvatici e primavera. Cera vergine d’api, un lusso straordinario e costosissimo che solo i messaggeri pontifici, i grandi prelati romani o i principi della Chiesa potevano permettersi di bruciare durante i loro viaggi.

Bernardo rimase immobile a soppesare quel minuscolo frammento di verità: il traditore, l'assassino che aveva colpito nell'oscurità, non poteva che essere uno dei pochissimi che aveva libero accesso alle scorte riservate della foresteria nobiliare, oppure qualcuno giunto di recente da sud, superando le montagne, portatore di segreti indicibili e intrighi curiali. La sua mente di ex notaio regio correva veloce, solcando memorie e incrociando date, scavando metodicamente tra le poche possibilità concrete.

Proprio in quell'istante, intorno a lui, il silenzio di tomba della notte venne improvvisamente squarciato dal rintocco funesto, rapido e sgraziato della campana di Mattutino. Non era il solito richiamo tranquillo, cadenzato e solenne che invitava i fratelli alla preghiera comunitaria dell'alba; era invece un grido d’allarme frenetico, un rintocco a martello che penetrava come una lama affilata ogni singolo angolo, cella e corridoio dell’abbazia. Un novizio, scappato spaventato a gambe levate lungo i corridoi gelidi con gli occhi sgranati dal terrore, aveva appena scoperto il corpo senza vita di Tommaso, dando inizio al panico.

L’Abate Craloh comparve immediatamente nel grande atrio del monastero. La sua presenza imponente, amplificata dalle ampie vesti liturgiche, era carica in quel momento di una furia disperata e trattenuta a stento. Il suo volto, solitamente rubicondo, appariva pallido come la luna invernale che si intravvedeva tra le nubi e tradiva un panico politico tanto profondo e radicato quanto la fede che dichiarava pubblicamente di difendere a gran voce. Muovendosi con autorità, Craloh radunò rapidamente tutti i monaci all'interno della sala del capitolo, mentre le guardie armate dell'abbazia serravano pesantemente le grandi porte di quercia alle loro spalle, bloccando di fatto ogni possibile via di fuga verso l'esterno. Le labbra dell'abate si piegarono in una linea sottile, un segno di minaccia concentrata e spietata. Le sue mani stringevano lo scettro abbaziale con una tale forza da farle tremare, eppure la sua postura rimaneva ferma, incrollabile come una torre di difesa.

«Un servo di Dio è stato scannato come una bestia nel luogo più sacro della nostra conoscenza!» tuonò Craloh, e la sua voce cavernosa rimbalzò contro le volte di pietra della sala, facendo sussultare i novizi. «E noi, proprio noi, ci presenteremo forse davanti all’Imperatore Ottone con il sangue fresco dei nostri fratelli sulle mani? Questo è un affronto intollerabile a Dio stesso!» I suoi occhi arrossati dalla stanchezza e dall'ira scrutavano a uno a uno, come torce inquisitorie, i volti pallidi delle sue pecore smarrite, mentre all'interno dell'aula la tensione cresceva rapidamente come un uragano incombente sulle montagne. «Chiunque abbia compiuto questo gesto efferato ha venduto la sua anima a Satana e la dignità secolare di San Gallo ai signori corrotti di Roma!»

Bernardo, immobile tra i confratelli, comprese subito che Craloh non cercava soltanto la giustizia divina o la salvezza dell'anima della vittima; l'abate stava lottando disperatamente per la pura sopravvivenza politica dell’abbazia. Sapeva perfettamente che la notizia del furto del prezioso manoscritto – il tesoro più sacro del monastero – unita a quella dell’omicidio di un monaco avrebbe spazzato via in un colpo solo privilegi imperiali e autonomie secolari. Se gli emissari imperiali di passaggio fossero venuti a sapere dell'accaduto prima che fosse trovato un colpevole certo e inflitta la relativa pena capitale, l’abbazia di San Gallo sarebbe stata immediatamente ridotta a un semplice sottoordine della vicina e rivale diocesi di Costanza, perdendo ogni indipendenza giuridica e, di conseguenza, ogni forma di effettivo potere sulle terre circostanti.

Per questo motivo, l’abate ordinò senza indugio una perquisizione straordinaria e severa. Ogni singolo monaco sarebbe stato spogliato delle proprie vesti e perquisito fin sulla pelle; ogni cella del dormitorio sarebbe stata esplorata e ribaltata fino all’ultima pergamena o frammento di scrittura. Bernardo si ritrovò confinato nell’ultima fila del capitolo, con il cuore in tumulto che batteva forte contro il petto. Sapeva bene che quel controllo meticoloso avrebbe potuto rivelare la copia nascosta che aveva occultato sotto la sua sella all'interno della stalla dei cavalli. Era stato un rischio calcolato per non farsi trovare nulla addosso in caso di cattura immediata, ma restava pur sempre un rischio mortale se i soldati avessero esteso le ricerche ai recinti.

Mentre i soldati dell'abate cominciavano a spingere i monaci uno a uno verso il centro della sala per ispezionarli, lo sguardo attento di Bernardo incontrò improvvisamente quello di Frate Bonaventura, l’erborista del monastero.

Bonaventura pregava con un'intensità quasi febbrile, la testa bassa e le dita della mano destra che scorrevano veloci, quasi frenetiche, lungo i grani di legno del suo rosario. Ma Bernardo notò un dettaglio fondamentale che a tutti gli altri, accecati dalla paura, sfuggiva completamente: sotto le ampie e pesanti maniche marroni della tonaca da lavoro, la pelle dei polsi dell’erborista mostrava una serie di lievi graffi freschi, sottili linee rosse appena accennate e non ancora rimarginate. Inoltre, muovendosi leggermente nell'aria fredda, dall’orlo inferiore della tunica di Bonaventura si sprigionava un vago, inconfondibile profumo dolce, una scia che ricordava il miele appena raccolto dai favi, mescolato all’aroma quieto e resinoso della cera d’api vergine. Quel dettaglio odoroso e visivo, così piccolo, insignificante per un occhio comune eppure così spaventosamente rivelatore per chi conosceva la macchia accanto al cadavere, turbò profondamente l'animo di Bernardo, confermando i suoi sospetti più cupi.

Improvvisamente, prima che la perquisizione potesse raggiungere l'ultima fila, le pesanti porte del capitolo si spalancarono violentemente con un sinistro boato di ferro e legno. Un soldato della guardia entrò nell'aula ansimante, il volto arrossato e segnato dalla fatica di una corsa contro il tempo e contro la bufera. Portava tra le mani un messaggio urgente, scritto su una striscia di pergamena arrotolata per l’abate.

«Signore,» annunciò l'uomo con voce spezzata dallo sforzo, «una pattuglia di cavalieri pesantemente armati, battenti le insegne araldiche del Duca di Spoleto, è stata avvistata dalle vedette a meno di due leghe da qui! Avanzano a spron battuto nel cuore della tormenta di neve, puntando dritti verso le nostre porte.»

A quell'annuncio, il silenzio nella sala capitolare si fece ancor più denso, pesante e irrespirabile, interrotto solo dal respiro affannato dei presenti. Il Duca di Spoleto, noto in tutta la penisola come stretto e spietato alleato del Papa romano, non poteva che rappresentare in quel frangente una minaccia letale per l’autonomia stessa dell’abbazia. Il tempo a disposizione per nascondere il crimine e ripristinare l'ordine stringeva drammaticamente, e la tenebra profonda della notte sembrava ora chiudersi fisicamente attorno a Bernardo, annunciando per lui e per i suoi compagni un destino ben più oscuro, violento e incerto di quello che aveva inizialmente immaginato lasciando Pavia.

Mentre i monaci terrorizzati si preparavano come potevano a uscire per fronteggiare la nuova emergenza esterna e l'arrivo dei cavalieri, Bernardo rimase indietro, consapevole che il segreto nascosto nel profumo di miele e cera, unito ai graffi freschi sui polsi dell’erborista, potevano rappresentare l'unica chiave d'accesso non solo per ottenere una tardiva giustizia, ma per addentrarsi in un gioco mortale di potere e tradimento dinastico che avrebbe potuto consumare e distruggere l’anima stessa e le fondamenta di San Gallo.

Il fragore incessante del vento invernale che urlava e sbatteva furiosamente fuori dalle mura di pietra sembrava risvegliare nel suo cuore una consapevolezza oscura e tagliente: in quell’inverno crudele e spietato, nessuno all'interno del monastero era davvero al sicuro. Non lo era la millenaria sacralità del luogo, né la lealtà reciproca che avrebbe dovuto legare i fratelli in Cristo. Un nemico invisibile, spietato e calcolatore, celato abilmente dietro i volti sinceri e le preghiere devote della comunità, camminava tranquillamente fra loro, pronto a colpire ancora alla prima occasione utile.

Bernardo serrò la lanterna di ferro con forza, quasi a volerne trarre calore, indirizzando per un brevissimo momento il fascio di luce direttamente verso il volto apparentemente impassibile e marmoreo di Bonaventura. Nel guizzare instabile della fiamma tremolante, Bernardo vide chiaramente, per la durata di un battito di ciglia, un lampo di puro terrore attraversare gli occhi del frate erborista, un’ombra di colpevolezza e debolezza che mai, fino a quella notte benedetta, avrebbe sospettato in lui.

Era giunto definitivamente il momento di compiere una scelta di campo: seguire fino in fondo la pista della verità, per quanto potesse rivelarsi pericolosa, sanguinosa e incerta, oppure sacrificare la propria coscienza e la propria anima per tentare di salvare le sorti di un’abbazia che forse, nel profondo delle sue trame oscure, non meritava più alcuna fiducia da parte sua. Prese una decisione: si sarebbe consigliato direttamente con Craloh, rivelandogli ciò che aveva visto.

Il freddo della notte serrava la sua morsa gelida sulle pietre del pavimento, ma dentro il petto di Bernardo bruciava ormai un fuoco interiore ben più ardente, nitido e consumante di qualsiasi tormenta di neve esterna: la sete di giustizia, o forse, più umanamente, il desiderio di una tardiva vendetta contro quel mondo di tradimenti che gli aveva già strappato la vita una volta. E la notte di San Gallo, lunga, fredda e insonne, era ancora solo all’inizio.

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